Neoliberismo economico

Neoliberismo Economico: There Is No Alternative. Oppure No?

di Gianni Spulcioni

Se parliamo di neoliberismo economico, tante cose ci sfuggono. In questo articolo cerchiamo di fare chiarezza e stimolare qualche riflessione.

Eccoci qua. Nello scorso articolo L’Economia E Il Suo Impatto Sulla Vita Di Tutti Noi ci siamo lasciati introducendo il concetto di Neoliberismo in economia.

Neoliberismo economico, si diceva. Proviamo a capire.

Tra i sostenitori del neoliberismo economico si è spesso usata un’intrigante immagine: quando sale l’alta marea, innalza allo stesso modo tutte le barche. Le grandi, ma anche le più piccole. Dunque lasciamo fare solo all’alta marea. Decodificato, vuol dire che meno lo Stato (e quindi la politica) interviene a regolare l’economia e i mercati, più questi si attrezzeranno per il meglio. E più faranno salire la marea (la crescita economica) con indiscutibili benefici per tutti.

Neoliberismo economico

La semplificazione è segno dell’intelligenza. Un antico detto cinese sostiene: quello che non si può dire in poche parole, non si può dire neanche in molte.

Bruno Munari

O parlando in modo ancor più netto. I mercati hanno la capacità intrinseca di autoregolarsi, senza bisogno dell’intervento dello Stato. Una mano invisibile. La libertà dei mercati è il modo migliore per organizzare la società e creare e diffondere benessere.

Consentire invece allo Stato di dettare troppe regole, di dire agli attori di quei mercati cosa fare e cosa non fare, compromette la più efficiente allocazione delle risorse. Solo la più ampia libertà dei mercati può permetterla. E le persone devono poter essere libere di scegliere.

Uno dei presupposti su cui si basa il neoliberismo economico è infatti l’homo oeconomicus, come è stato definito.

All’interno dei mercati economici, ogni uomo fa le proprie scelte e si comporta cercando sempre, ed in ogni caso, di massimizzare il proprio tornaconto, dunque in modo sempre razionale.

In verità, ormai da tempo, studi sociali e psicologici di qualità, e in quantità, hanno dimostrato che l’uomo, nelle sue scelte e decisioni, si affida spesso all’emotività. Per dire, Daniel Kahneman nel suo “Pensieri lenti e veloci” lo spiega bene. Non a caso, da tempo, si è consolidata l’economia comportamentale, così si chiama, che tiene conto proprio di questo.


         

Possiamo riassumerla così, anche se è un po’ più complicata. Massimo livello di libertà dei mercati e nell’iniziativa privata, minimo livello di presenza e intervento dello Stato. Chiaro che possono esservi, e vi sono fortunatamente, infinite posizioni intermedie e relative applicazioni pratiche.

Due nomi tra molti da ricordare: Friedrich Von Hayek e Milton Friedman. Economisti del pieno Novecento. I loro studi e le loro teorie forniscono l’attrezzatura concettuale alla base dell’approccio rivelatosi vincente. Con il quale le politiche cosiddette monetariste prevalgono su quelle economiche. Gli obiettivi da perseguire ad ogni costo sono il rigore di bilancio, bassa inflazione, stabilità dei prezzi e della moneta. Tutti concetti che, ancora oggi, sentiamo ripetere continuamente e che diamo per scontati.

Nessun cambiamento può avvenire se non parte dal basso, mai concesso né elargito, se non nasce nelle coscienze come autonoma e creatrice volontà di rinnovarsi e di rinnovare.

Piero Gobetti

Queste idee hanno influenzato, oltre che il mondo delle imprese, anche i circoli politici occidentali, a dimostrazione del fatto che economia e politica si integrano. Ronald Reagan, negli USA, e Margareth Thatcher, in Inghilterra, furono di fatto i primi a impostare le loro scelte politiche su di esse, negli anni Ottanta, in qualità di capi di governo. La classe politica di allora ben intravide la possibilità di dare risposte concrete molto gradite al proprio elettorato. Qualunque governo interviene sulle tasse e la loro modalità di calcolo e applicazione, sui redditi, sul bilancio dello Stato e sul debito pubblico, sui controlli sui capitali, su regolamentazione o deregolamentazione dei mercati finanziari, e tanto altro. Si tratta di capire su quali presupposti, appunto.

Pian piano la dottrina neoliberista si è diffusa in tutto il mondo occidentale (e non solo) fino a diventare un modello culturale dominante. Una specie di insieme di ricette automatiche da applicare sempre e ovunque, ai paesi già sviluppati e a quelli in via di sviluppo. Ricette che per lunghissimi anni hanno costituito la cassetta degli attrezzi di molti governi e organismi sovranazionali, i cui nomi abbiamo imparato a conoscere sempre di più.

Così eccoci arrivati a TINA.

Tina - there is no alternative

Non è una vecchia signora, ma un semplice acronimo che, negli ultimi decenni, ha rappresentato il prevalere di questa impostazione economica del mondo. TINA è un acronimo usato nel linguaggio giornalistico, e in certi ambienti economico politici, nato nel mondo anglosassone. Significa There Is No Alternative: non c’è alternativa. A questa impostazione economica, naturalmente. E alle relative obbligate scelte politiche.

A lungo si è pensato, e si pensa tuttora, che l’economia si gestisca in un certo modo e solo in quello. Al punto tale che è divenuto normale e scontato pensare che è l’economia che governa la politica. Anzi ancor più: l’economia deve proprio governare la politica e non viceversa. Significa che l’una prevale, vincola, condiziona l’altra.

Ci sono abbastanza risorse per soddisfare i bisogni di ogni uomo, ma non l’avidità di ogni uomo.

Mahatma Gandhi

Non dovrebbe essere così. Chi ha responsabilità di governare lo Stato dovrebbe disporre degli strumenti, che la teoria economica offre, per perseguire il proprio progetto, per realizzare la propria visione. In questo senso, è importante il primato della politica, che sarebbe nobile. Semmai si deve discutere (oltre che dell’onestà) della competenza e della preparazione indispensabili per chiunque faccia politica, la cui carenza la rende spesso ignobile. Ma qui il discorso ci porterebbe molto lontano.

neoliberismo economico arte

A proposito: lo slogan acronimo TINA è proprio di Margaret Thatcher.

Però adesso dobbiamo chiederci…

Ragionando con equilibrio e misura, quali sono i risultati del Neoliberismo economico, oggi?

Per la risposta, ci vediamo al prossimo articolo. Ciao da Gianni!

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