innovazione tecnologica

Neoliberismo e Innovazione Tecnologica

di Gianni Spulcioni

Riflettiamo sulla connessione che esiste tra il neoliberismo economico e l’innovazione tecnologica, soprattutto in ambito digitale.

Nei precedenti articoli…

… ci siamo soffermati su ciò che di buono, ma anche di negativo, è emerso dal modello socio-economico (e culturale) che ha prevalso nella gestione delle moderne economie di mezzo mondo. Il cosiddetto neoliberismo.

Adesso c’è da riflettere su un aspetto che è connesso, anche se non strettamente, con quel modello. Cioè l’innovazione tecnologica.

Non c’è una diretta relazione. Ma indiretta certamente sì.

L’innovazione tecnologica è anche frutto di quel contesto economico.

Tutti conosciamo cosa abbia significato. E quali siano i rimarchevoli effetti che essa ha prodotto, in particolare negli ultimi anni. Gli smartphone, l’intelligenza artificiale, gli algoritmi, internet delle cose, la rete ed i social network solo per citarne alcuni. Pensare che il primo modello di Iphone è del 2007. Oggi sembra quasi un’era geologica fa.
Tutte cose che hanno profondamente inciso sulla vita di ognuno, con degli enormi e indubitabili vantaggi che conosciamo molto bene.

innovazione tecnologica iphone

Si affiancano però anche aspetti negativi, o potenzialmente negativi, di cui dobbiamo essere consapevoli.

Per fare un esempio, certamente Internet ha aperto le menti, ha radicalmente trasformato la comunicazione a tutti i livelli e in tutti gli ambiti. Ha favorito il flusso di conoscenze, di idee, ha dato voce a persone e gruppi sociali prima privi di ogni possibilità di farsi sentire.
Ma certi suoi utilizzi hanno anche creato degli effetti negativi che abbiamo sotto gli occhi ogni momento. A volerli vedere.

Esistono studi ormai molto accurati e accreditati che dimostrano quanto un certo tipo di utilizzo di Internet contribuisca alla radicalizzazione e alla polarizzazione delle opinioni ed alla diffusione di notizie false.

I social network, per loro stessa natura esaltano all’eccesso una tendenza umana naturale. Secondo la quale ognuno tende a cercare ed a voler sentire soltanto quello di cui è già convinto (gli psicologi parlano di confirmation bias). Frequentare la rete induce sempre più ad evitare il confronto di idee. Si rinuncia sprezzantemente a sentire anche pareri diversi o contrastanti rispetto ai propri. Sempre più in rete si trovano le tribù con proprie identità forti e codici di appartenenza. Sono esattamente questo: tribù.

Si parla allora di echo chambers (camere eco). Gruppi di utenti che si frequentano in rete per rafforzare le proprie opinioni. Cercano di radicalizzarle sempre di più in una spirale di polarizzazione delle rispettive posizioni. Che lascia sempre meno spazio al confronto civile ed all’approfondimento serio. Ma ricorre sempre più alle fake news. Come all’idea di cospirazione o complotto per spiegare tutto, all’offesa anche grave e villana. Spesso si diffonde odio puro.

fake news

A ciascuno è capitato di leggere certi commenti postati in rete. Grettezza e volgarità a piene mani che ti accendono il dubbio se chi scrive sia davvero un essere umano. Nel frattempo si è scoperto che c’è anche chi lo fa per guadagnare soldi con il clickbaiting. O, ancor peggio, solo per il gusto di provocare e seminare zizzania. Oggi si può essere sui social, sostenendo opinioni con la stessa risonanza che potrebbe avere un qualunque scienziato o esperto. Perché si raggiungono grandi moltitudini di persone senza sforzo. Seppure l’autorevolezza è un’altra cosa.

Per la prima volta nella storia dell’umanità siamo passati da una comunicazione che è sempre stata da uno a molti, cioè intermediata (la stampa periodica, ma anche la televisione, la radio, ecc.). Fino ad una che è oggi di molti a molti, ossia disintermediata. In cui ciascuno può veramente fare comunicazione (ma pure pseudo informazione…) nei confronti di una platea potenzialmente sconfinata. Ed in cui ciascuno è al contempo utente e autore. Creando peraltro, per inciso, una notevole crisi al giornalismo abituale.

Già ci si chiedeva, dopo la grande crisi economica iniziata nel 2007-2008, se non si fosse creato un circolo vizioso tra il risentimento di tanta gente e questi fenomeni di radicalizzazione in rete. Diventa impossibile capire quanto l’uno abbia influenzato l’altro. O ne sia stato influenzato, essendo fenomeni fortemente interconnessi tra di loro. Di certo oggi, in epoca di pandemia, di scienza ma anche di complottismi, di paure e chiusure, la situazione non è davvero migliorata.

Viene spontaneo domandarsi anche quanto i richiami frequenti alla cosiddetta democrazia diretta siano un pericolo anziché un vantaggio. Al di là del crescente distacco di settori della popolazione occidentale dal sapere e dalla conoscenza, vi sono anche altri riscontri preoccupanti.

  • Secondo un’indagine del 2011 dell’insigne linguista Tullio De Mauro, il 71% della popolazione adulta italiana si trovava al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo italiano scritto di media difficoltà.
  • Nel 2013, l’OCSE, in una simile analisi, evidenziava che in Italia solo 1 adulto su 20 possedeva un alto livello di competenze alfabetiche per comprendere testi complessi. E che quasi 3 adulti su 10 avevano prestazioni al di sotto del livello considerato minimo sia nelle competenze alfabetiche che in quelle matematiche.
  • Analisi recenti dello stesso tipo danno esiti analoghi.

Viene perciò da riflettere seriamente sulla effettiva capacità di spirito critico. La quale non cede alle scorciatoie del pensiero che tutto semplifica e riduce a triti slogan. Per rappresentare (e decidere) sui temi di un mondo sempre più complicato.

innovazione tecnologica

Nel corso della storia, ogni rivoluzione economica, in particolare quella industriale, ha distrutto posti di lavoro. Ma ha sempre poi creato nuovi settori produttivi o servizi generando differenti e maggiori opportunità di occupazione. Questa volta non sembra essere esattamente così, almeno per il momento.

Da vent’anni, l’innovazione tecnologica e l’automazione progrediscono, riducendo professionalmente ai margini ampie fasce di lavoratori che non riescono a ricollocarsi. E poi si devono aggiungere gli effetti della globalizzazione che abbiamo già visto in precedenti articoli. Alcuni perdono il proprio lavoro. Altri si adattano a occupazioni assai meno qualificate ed a remunerazioni più basse. Pochi hanno la reale possibilità di impegnarsi nella propria formazione professionale. Una formazione che dovrebbe essere ormai permanente per tener dietro all’evoluzione rapidissima. Quanto meno la transizione verso nuove opportunità, nuovi lavori, appare essere per ora piuttosto lenta. Così come non sembra esservi coerenza tra il ritmo forsennato del cambiamento tecnologico e il ritmo lento dell’adattamento professionale. Anche da questi fenomeni passa il progressivo impoverimento di alcuni ceti sociali.

Non è solo una questione di sostituzione con i robot dei lavori meramente esecutivi. Cioè di basso contenuto professionale. Oggi l’innovazione tecnologica, la digitalizzazione, sta fornendo alle macchine capacità fin qui intrinseche all’uomo, in quanto riconducibili alle qualità cognitive che lo caratterizzano.

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L’intelligenza artificiale sta sostituendosi in parte al capitale mentale dell’essere umano. Diagnosi mediche. Sentenze nelle corti giudiziarie. Oppure affidandosi solo agli algoritmi, si spostano e si investono capitali finanziari ingentissimi, nel giro di nano-secondi.

Assistiamo oggi ad una imponente concentrazione di ricchezza (e quindi di potere). E tutto in pochissimi protagonisti di questa rivoluzione tecnologica. Basti dire che fra il 2013 e il 2017 il valore di Amazon, Apple, Facebook e Google è aumentato in Borsa di un importo uguale a quello del Prodotto Interno Lordo della Russia. Ossia di 1.300 miliardi di dollari. E non è finita qui.

Avendo un grande potere economico, questi protagonisti possono avere anche una notevole capacità di influenzare i sistemi politici. Talvolta, o spesso, mancano regole pubbliche adeguate ai tempi. E anche, qualora vi siano, sono fortemente differenziate tra Paesi diversi. Basti pensare ad esempio all’imposizione fiscale.

Le imprese della web economy hanno, a lungo, e giustamente, rivendicato con successo la loro diversità rispetto al resto delle tradizionali imprese capitalistiche. Perché ispirandosi alla filosofia libertaria e comunitaria della controcultura, nata alla fine degli anni ‘60, hanno aperto e collegato il mondo. Ma oggi hanno accumulato una concentrazione di business notevolissima. Qualcuno la considera alquanto inquietante per il potere che implica. I giganti di Internet consentono concretamente benefici per tutti. Ma accantonano ricchezze immense e non sembrano creare nuovi posti di lavoro in misura adeguata rispetto a quelli che si perdono altrove.

Internet e l’innovazione tecnologica, essenzialmente digitale, sono senza alcun dubbio, una grande conquista. Che continua a cambiare le nostre vite in meglio, consentendoci benefici mai visti prima. Ma hanno appunto anche un lato oscuro che forse dovremo riuscire a padroneggiare. E gestire meglio di quanto non sia stato finora.

Ciao da Gianni!

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