Carlos Santana

Carlos Santana: La Mia Grande Passione

di Gianni Spulcioni

Vi racconto la mia grande passione per Carlos Santana, uno strepitoso musicista che ha attraversato i generi e i tempi con allegria e vitalità.

Dal passato mi riecheggia una frase, una specie di poesia.

Riesci a sentire, come se ti fosse accanto – lo slancio di una mano agile sul manico di una chitarra elettrica – il suono rabbioso e struggente di un assolo – che pare una corsa su per una scala – che gira e gira e sale verso l’alto – e sembra non aver mai fine”.

Letta da qualche parte una vita fa, forse di qualcuno famoso, non lo so.

E’ come un sigillo per una mia grande passione, la chitarra elettrica e la musica di Carlos Santana. Avevo 10 anni, ho passato i 60, la passione è sempre la stessa. 

Tanti conoscono il Santana dei ritmi e delle percussioni, del ballo e della gioia di vivere. Divertente, allegro, scatenato, vitale. Oye como va dice nulla? 

Io preferisco il Santana più jazz, quello del suono rabbioso e struggente degli assoli sulla chitarra. Quello meno commerciale, si direbbe, e più di introspezione.

La chitarra riconoscibile sempre e ovunque, il suono inconfondibile solo suo. 

L’impeto, la commozione. Che ti sembra che la chitarra suoni quasi da sola, prenda il volo, volteggi nell’aria con naturalezza.

L’assolo che tocca il cuore, te lo sconquassa e te lo porta nel cielo intenso delle emozioni.

Song of the wind, la canzone del vento. Incisa nel 1972, ha una potenza e un sospiro emotivo che mi porta lontano. Mi ritrovo solo con me stesso con quelle note che salgono, girano, si placano. Mi attraversano l’anima.

Un pezzo difficile, mi dicono tanti amici. Forse. Esigente, piuttosto. Lo devi accogliere, lo devi lasciare frugare dentro te stesso. Lo devi ascoltare, non solo sentire. 

Io lo ascolto da quando uscì, mi ha accompagnato in ogni momento della vita, quelli brutti dandomi forza straordinaria, e quelli belli, siglando gioie e soddisfazioni. 

Arte vera, ogni volta mi dice e mi dà qualcosa di nuovo. Così diversa da tanta musica di plastica che oggi ci circonda, certo attraente, ma che dopo un po’ ti annoia, ti sembra superata alla svelta. 

Ma chi è Carlos Santana

In tanti forse, avendo già magari un bel pezzo di vita dietro le spalle, conoscono i suoi pezzi più famosi, Samba pa ti o Europa o Moonflower. Io ne aggiungo altri meno famosi, The life divine, Transcendence, Song for devadip, Never the same again, Wings of grace.

Un musicista che ha attraversato i decenni, il primo disco risale al 1969, l’ultimo al 2019. 

Un bambino messicano che imparò sul violino che il padre suonava nella banda del paese. Un giovanissimo ragazzo che arrivò a San Francisco per dare sbocco alla passione per la musica e la chitarra. 

C’è un sito web che raccoglie ogni possibile informazione sulla sua vita, i suoi concerti, i dischi, gli eventi, i musicisti che ha incontrato e con cui ha suonato. 

Ma sono altre le cose da dire, meno scontate. 

Una personalità forte, sensibile ai valori spirituali che muovono l’essere umano ascoltando i quali la fratellanza e vicinanza tra i popoli sarebbe semplice, non esisterebbero discriminazioni di alcun genere, tutti potremmo vivere in libertà e pace. 

Spesso durante i suoi concerti condivide con il pubblico qualche riflessione su questi temi. C’è chi lo deride, ovviamente. 

Il lato spirituale lo ha condizionato almeno nella prima parte della sua carriera: i rapporti con le case discografiche non del tutto facili, il non voler farsi guidare solo dagli aspetti commerciali. Il non piegarsi alle convenzioni delle mode. 

Dopo il successo planetario degli anni Settanta, ebbe un declino prolungato fino alla fine degli anni Novanta. La rinascita con l’album Supernatural nel 1999 (le cui vendite sono nel guinness dei primati) ha indicato un buon punto di equilibrio tra essere se stessi e considerare le potenzialità commerciali. Valido anche dopo.  

In tutti questi anni, con il suo gruppo di eccellenti musicisti cambiati nel tempo, Santana non ha mai smesso di fare dischi e soprattutto di girare il mondo suonando dal vivo, anno dopo anno in migliaia di concerti. 

Tanti musicisti non amano l’esibizione dal vivo, ci si piegano quando proprio è necessario. Lui ha sempre voluto portare le note della sua chitarra a contatto diretto col pubblico. 

Non so se esista una statistica del musicista che ha tenuto più concerti dal vivo, ma Santana sarebbe sicuramente ai primi posti. Dalla prima mitica esibizione nel 1969 al Festival di Woodstock fino a oggi, non è quasi passato anno senza concerti, (pandemia a parte). 

E, come si sente dire spesso, è dal vivo che si riconosce il vero musicista. Semplice: se non ci sai fare, non reggi la pressione.

E’ stato uno dei pionieri della fusione di linguaggi musicali differenti. 

Il padre del rock latino lo chiamano, avendo unito le sonorità del rock tipico a quelle dei ritmi latini. In realtà ha mischiato anche cadenze africane e cubane, fusion e jazz

Ballo e allegria, accanto a suoni più eterei e riflessivi. Il Carlos Santana sanguigno di Jingo, quello elegante di Yours is the light, quello mistico di Oneness, quello pop di The game of love nella versione cantata da Tina Turner.

Ma niente etichette, è solo musica. Buona musica.


         

E questa forse è anche la ragione per cui nella sua carriera Carlos Santana ha suonato con una miriade di altri musicisti di ogni provenienza e genere, i mostri sacri del jazz puro, le star della world music, le nuovissime leve del pop.

Quando si dice multiculturalità e inclusività.

Ciao da Gianni!

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