Apple compie 40 anni


Apple compie 40 anni

Steve Wozniak e Steve Jobs scelsero come primo giorno il primo di aprile del 1976, un modo goliardico per distinguersi dalle seriose aziende tradizionali.


Quand’è nata era un’azienda divertente: Steve Wozniak e Steve Jobs per registrare la neonata Apple Computer Inc avevano scelto come giorno il primo di aprile del 1976, un modo goliardico per distinguersi dalle seriose aziende tradizionali. Così come il prezzo del primo prodotto, l’Apple I, prezzato 666,66 dollari (equivalenti a più di tremila euro di oggi) perché Wozniak “amava i numeri con le cifre ripetute”. E gli scherzi.

 

Apple non ci ha messo molto, però, per diventare un’azienda decisamente seria. Quotata in Borsa nel 1980, divenuta sinonimo di computer, poi sull’orlo del fallimento e oggi prima azienda per capitalizzazione di Borsa al mondo. Elegante, ma non divertente: di acqua sotto i ponti ne è passata.
Quarant’anni dopo, infatti, Steve Jobs non c’è più, Apple è diventata un colosso mondiale con la più grande fetta di utili dal mercato mobile e l’azienda sembra più un brand lifestyle che non una società informatica. Anzi, dal 2007 la ragione sociale della casa di Cupertino è passata da “Apple Computer Inc” ad “Apple Inc” e basta. Lo ha voluto Steve Jobs, che aveva visto la traiettoria che la “sua” Apple avrebbe seguito dopo la nascita dell’iPod (2001), dell’iTunes Music Store (2003) e dell’iPhone stesso (2007). Sempre più apparecchi post-PC e sempre meno computer in senso tradizionale. Quindi, via l’attributo “computer”: Apple e basta.

 

Apple_Computer_Logo_rainbow.svgNelle stanze segrete, blindate e protette in maniera maniacale dagli sguardi esterni e di buona parte dei dipendenti stessi di Apple già all’inizio del muovo millennio si lavorava a progetti segreti: l’iPad (l’idea predata quella dell’iPhone, che è quasi un sottoprodotto del tablet di Apple), la Apple Tv, l’orologio, probabilmente un primo abbozzo della Apple Car e di chissà quale altro prodotto futuristico lo stesso Steve Jobs aveva visto e approvato.
Una delle maggiori qualità di Apple finora è stata la assoluta passione per i prodotti che realizza: pochi e curatissimi. Non è sempre stato così e forse in futuro non lo sarà più, visto l’attuale moltiplicarsi di fronti e di apparecchi che in parte si sovrappongono. La Apple fondata da Jobs e da Wozniak nel 1976 raggiunse il suo picco simbolico nel biennio 1984–1985: lancio del Macintosh, primo computer con interfaccia grafica e mouse di serie, e poi l’allontanamento di Steve Jobs.

 

Fuori da Apple, dal 1985 al 1996, Jobs si dedicò a Pixar, il suo “hobby” che Disney ha comprato per quasi sei miliardi dollari alcuni anni fa, e a NeXT, società di computer avveniristici e fallimentari è stata comprata invece da Apple nel 1996, riportando Jobs alla guida della sua azienda.
Nei dodici anni senza Jobs la Apple aveva visto alternarsi quattro amministratori delegati e aveva diluito fortemente il suo brand. Da azienda monoprodotto (Apple II) a colosso presente sul mercato con più di trenta o quaranta apparecchi diversi, quasi sempre in forte sovrapposizione (come i Mac LC e i Performa), o inutili (come il palmare Newton, talmente in anticipo sui tempi da essere inutilizzabile), e con un crescente ritardo strategico nelle tecnologie chiave, soprattutto il sistema operativo.
Alla fine degli anni Novanta, infatti, per quanto integrato e stabile, il sistema Macintosh aveva un sistema operativo tecnicamente preistorico rispetto a Windows NT o a Linux. L’acquisto di NeXT nel 1996 portò in casa, oltre a Jobs, anche la radice di quello che sarebbe diventato Mac OS X, oggi usato sui Mac, ma nella sua base tecnologica anche sull’iPhone e sull’iPad, sulla Apple Tv e addirittura sull’Apple Watch.
La grande discontinuità di Apple è stata la scomparsa di Steve Jobs, leader carismatico che si paragonava a un direttore d’orchestra: non era un ingegnere e non sapeva programmare, ma sapeva far lavorare assieme tutti i tecnici e gli artisti di Apple. Aveva la “visione”, come dicono i guru statunitensi. Con lui, che ha “trovato” Jony Ive e lo ha valorizzato facendogli creare l’iMac e poi tutti i prodotti Apple, l’azienda è diventata quella sintesi di creatività e tecnologia che ha saputo innovare in molti settori diversi. Dall’informatica alla vendita online (assieme a quello di Dell, lo store online di Apple è stato uno dei primi e più grandi negozi virtuali del pianeta), dalla distribuzione online del software e dei contenuti digitali (App Store e iTunes Store) alle innovazioni nel settore retail con gli Apple Store fisici, che oggi sono quasi 500 in tutto il mondo.

 

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La Apple di Tim Cook, braccio destro di Jobs che alla sua morte ne ha “ereditato” le funzioni, è però diventata rapidamente un animale molto diverso. Innanzitutto sempre più grande, con sempre più dipendenti. E poi Apple è diventata una azienda di valori.
Tim Cook non ha esitato a portare avanti battaglie pubbliche di principio. asti pensare all’ultima presentazione, avvenuta pochi giorni fa, in cui Apple ha insistito tantissimo su ambiente, energie rinnovabili e riciclaggio e sulla ricerca medica. Non solo. Cook si esposto anche sull’editoria (dove ha subito una sonora batosta sulla questione dei prezzi degli ebook concordati con gli editori, ma ha rifiutato di accordarsi con la pubblica accusa) all’ultimo violentissimo scontro con l’FBI per la riservatezza dei dati dei clienti conservati sui “suoi” telefoni, anche quando sono terroristi per di più morti.
Tim Cook, tono di voce morbido da gentiluomo del Sud degli Stati Uniti e volontà di ferro, ci ha messo tutto se stesso, arrivando a dichiarare la sua omosessualità per far pesare il suo ruolo in difesa di gay e lesbiche di tutto il pianeta. Una mossa coraggiosa e certamente meditata, perché presa pubblicamente dal Ceo di una delle più grandi aziende al mondo.

 

E una mossa che fa crescere il ruolo di “corporation etica” che rappresenta la nuova frontiera delle grandi multinazionali statunitensi in cerca di presa con il pubblico dei millennials: a differenza delle aziende centrate sulla generazione dei Baby Boomers (i nati nel dopoguerra), le imprese che guardano al futuro cercano di sintonizzarsi sui valori e sugli stili di vita della generazione nata a partire dal 1980 fino al 2000, che sta diventando quella oggi dominante non solo demograficamente ma anche come capacità di utilizzo degli strumenti di comunicazione e commercio digitale. Una generazione meno opportunistica e più centrata sui valori, sensibile a temi come l’ambiente e il rispetto della dignità umana.
Sempre avanti. La Apple di oggi sta affrontando sfide spaventose: la maggior parte del fatturato viene da un singolo prodotto, l’iPhone, le cui vendite stanno smettendo di crescere (Apple stessa ha previsto un calo di fatturato per la chiusura del secondo trimestre fiscale del 2016 e probabilmente anche l’anno fiscale non vedrà più la crescita esponenziale che accompagna l’azienda da tempo), e il mercato chiede una innovazione “spettacolare” come ai tempi di iPod, iPhone e iPad. Una “One more thing” che vale come un colpo di teatro, intuizione geniale del marketing istintivo di Steve Jobs che è però molto lontana dalle corde di Tim Cook.
Apple Watch, la nuova Apple Tv, i nuovi iPad Pro: l’azienda moltiplica i fronti e la qualità dei prodotti ma è dal 2010 che non c’è più quell’effetto “wow” a cui ci aveva abituato il Gran Mago Steve Jobs.
Apple sta combattendo varie battaglie: lavora per razionalizzare i suoi prodotti OS X e iOS, con la probabilità che nei prossimi cinque anni iOS diventi praticamente l’unico sistema operativo dell’azienda (perché è quello attivo su un miliardo di apparecchi) mentre OS X (e con lui il Mac) evapori in una nicchia di pochi milioni di utenti. Apple lavora anche per aprire nuovi fronti legati alla Internet delle Cose: dall’Apple Watch, che è ancora nella sua infanzia e che ancora deve dimostrare il suo valore, alle soluzioni cloud sulle quali l’azienda è in ritardo rispetto alla concorrenza.

 

2006-5th-Avenue-NYC-Apple-Store-Glass-CubePoi, Apple cerca di aprire nuovi filoni: dall’automobile elettrica ma difficilmente capace di guidarsi da sola, della quale si dice siano già pronti vari prototipi, alle produzioni televisive “stile Amazon” per entrare nell’arena dei contenuti. Il primo passo lo ha già fatto, iniziando la produzione di una miniserie in sei puntate sulla vita di Dr. Dre, cofondatore di Beats (acquistata da Apple due anni fa). L’azienda lavora anche a un restyling completo di tutti i suoi Apple Store, che diventeranno sempre più glamour, e alla creazione di software e servizi per il cloud che rendano più integrati i suoi prodotti hardware.
I fronti sono molti e di sicuro ad Apple sulla soglia dei quarant’anni non manca l’energia e la vitalità (grazie anche a un conto in banca di proporzioni ciclopiche: più di 200 miliardi di dollari in cassa) ma secondo i critici oggi manca la focalizzazione. I suoi prodotti sono molti, straordinariamente curati e accurati, le tecnologie raffinate, ma per un’azienda che basa il suo fascino sul concetto di “emozione”, il timore degli analisti è quello di un raffreddamento dei sentimenti. La perdita di quel “quid” che fa da catalizzatore per tutto il resto. Forse anche per quello Tim Cook spinge così tanto sui valori: cerca di dare un nuovo vestito a un re che, altrimenti, rischia di rimanere nudo.
Infine, le aule di tribunale. Apple combatte quotidianamente contro una serie di avversari lunghissima, tra i quali anche la Fbi, il Dipartimento di Giustizia americano, le procure di mezza Europa (inclusa quella italiana) per le tasse, Samsung, Google e varie altre grandi aziende. Alcuni capitoli sono chiusi, altri in appello, alcune volte Apple è la vittima, altre il presunto colpevole. Con Samsung sono fioccate accuse reciproche di violazioni di brevetti, soprattutto nell’epopea che per dieci anni ha visto le due aziende combattersi sino all’ultima carta bollata sui due lati del Pacifico e anche in Europa.
Scontri senza pietà con quello che è contemporaneamente uno dei suoi principali avversari commerciali ma anche principali fornitori di componenti. Il futuro non sembra diventare più pacifico su questo fronte, anche se un’alleanza con Google e la maggiore integrazione con i prodotti Microsoft lasciano immaginare sinergie come quella nata in ambiente aziendale con Ibm, che ha aperto le porte ai Fortune 100 e al mondo B2B per una Apple storicamente asserragliata sul mercato consumer.

 

E poi ci sono le pagine nere, a partire da quelle che erano legate alle condizioni di lavoro (e ai suicidi) nelle fabbriche di Foxconn in Cina, dove vengono assemblati i milioni di iPhone venduti in tutto il mondo. Apple, sotto la pressione dell’opinione pubblica mondiale e dei gruppi in difesa dei diritti, negli anni passati soprattutto con Tim Cook ha fatto sforzi enormi per riuscire a trasformare le fabbriche dei suoi partner in luoghi in cui ci sia un maggior rispetto dei diritti umani e della dignità dei lavoratori. Molto c’è ancora da fare, ma tanto è già stato fatto.

 

 

UNITED STATES - APRIL 06:  Apple Macintosh computer, model M001, with keyboard and mouse. The Apple Macintosh was designed by Steve Jobs to be as 'user-friendly' as possible. Jobs wanted to produce an 'appliance computer' that clients could unpack, plug in and start to use with very little computer knowledge. It was also designed to use a graphical display rather than the standard text-based display previously used. The Mac was an instant success and continued to be popular as Jobs had ensured that plenty of computer software had been designed for use with the machine.  (Photo by SSPL/Getty Images)

Adesso, il futuro presenta l’incognita del biennio 2016–2017, con il lancio di iPhone 7 e poi, a fine 2017, di iPhone 7s (se Apple manterrà la nomenclatura attuale). Perché i prossimi apparecchi, secondo commentatori come Walt Mossberg, dovranno essere ancora più innovativi e sorprendenti, forse più di quanto l’avanzamento della tecnologia non consenta di fare.
Telefoni super sottili, senza più jack audio tradizionale per le cuffie (già con il 7), a schermo curvo Oled (7s), con obiettivi fotografici multifocale di alta qualità e batteria che vada oltre le 12–18 ore. Apple ce la farà? Alcuni ritengono che già oggi si possa buttare via il vecchio computer e vivere di solo iPhone e iPad, grazie al cloud. E altri pensano che si tratti solo di quel “campo di distorsione della realtà” che era la grande capacità di persuasione di Steve Jobs. Entrata forse a fare parte del dna di Apple.

 

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